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La tua guida ai sistemi di allarme

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  • Compressione e limiti di banda: MPEG4 e H.264

    19 Marzo 2020 • VideosorveglianzaNessun commento

    MPEG4, standardizzato nel ‘99, ha lo scopo di colmare le lacune di MPEG2 nei casi di banda limitata nell’ambito della trasmissione e della registrazione dei video. Non si tratta di un mero algoritmo di compressione e decompressione, bensì di una struttura capace di racchiudere contenuti multimediali (ad esempio immagini, testi, menu, materiali soggetti a copyright e così via) sincronizzandoli per realizzare presentazioni interattive. La caratteristica più ambiziosa di questo standard sta nella capacità di frazionamento della scena in un insieme di oggetti, associando ad ognuno il miglior schema di compressione. Quali sono i vantaggi? Per prima cosa, l’MPEG4 risulta il miglior compromesso fra la qualità dei video e la compressione. Fra i diversi codec sviluppati, annoveriamo il DivX, uno standard molto diffuso per l’utilizzo di video attraverso la rete internet, il quale è in grado di arrivare ad un livello di compressione almeno 6 volte superiore a MPEG2 (il tutto a parità di qualità). Oltre a ciò MPEG4 è stato progettato per la diffusione di video tramite canali limitatamente performanti, per cui la gestione degli errori in fase di trasmissione risulta più affidabile. La notorietà raggiunta da questo algoritmo ha inoltre indotto numerose aziende che producono hardware a realizzare dei chip specifici per la codifica e la decodifica dei video in MPEG4. Tante piattaforme standard basate su PC sono state fornite di acceleratori hardware per MPEG4; in tale contesto la ridotta banda indispensabile per un unico canale video e la possibilità d’uso di risorse hardware dedicate, consentono di architettare DVMS multicanali piuttosto proficui ed efficaci.

    H.264, noto anche come MPEG4-AVC, è il risultato di un proficuo lavoro da parte delle 2 commissioni internazionali operanti nel settore video: si tratta dell’International Telecommunication Union (ITU – T) e dell’International Standards Organization – MPEG (ISO – MPEG). Ugualmente ai suoi precursori, lo standard H.264 non viene espressamente indicato come CODEC (ovvero enCOder / DECoder), bensì si limita nella definizione della sintassi stessa dello stream compresso. Diversi i benefici e le novità rispetto ai precedenti algoritmi: tra questi vi è senza dubbio la capacità di suddivisione in macro blocchi, il tutto con modalità estremamente flessibili; da annoverare anche la stima del moto fondata su un insieme di fotogrammi; l’istituzione del filtraggio integrato; l’utilizzo più indirizzato e preciso della predizione; la codifica entropica adattativa; miglioramento del sistema di quantizzazione. Quelli appena elencati sono tutti fattori che cooperano per rendere questo standard l’opzione giusta e soprattutto vincente per quanto riguarda le applicazioni del prossimo futuro (unico limite sta nel gigantesco carico computazionale da supportare sia in fase di codifica che in quella di decodifica dei video).   

    L’azienda con sede a Roma Mondialtec, nel panorama delle società operanti nel settore dei prodotti per la sicurezza, è senza dubbio quella che ha più utilizzato questi sistemi innovativi di compressione, il tutto con l’obiettivo di cercare e creare sul mercato soluzioni interessanti per la videosorveglianza, sia in MPEG4 che in H.264, in particolar modo per ciò che concerne la videoregistrazione e la videosorveglianza da remoto. Per maggior info e dettagli basta un click sul sito www.mondialtec.it.

  • Antifurto a tripla frequenza wireless

    30 Settembre 2018 • Antifurto wirelessNessun commento

    All’interno dei sistemi d’allarme wireless la comunicazione tra i dispositivi presenti, ossia la centralina, le telecamere, le sirene, i sensori ecc., si realizza tramite le onde radio, mentre la trasmissione dei segnali viene gestita dalla centralina. Da un po’ di anni a questa parte si è assistito ad un vero e proprio boom delle vendite di sistemi d’allarmi senza fili rispetto ai tradizionali sistemi via cavo, i quali necessitano del collegamento filare tra i diversi componenti del sistema. In passato, i primi sistemi di allarme senza fili, sfruttavano un “range” di frequenza (tra 433,075 e 434,775MHz). Nel corso del tempo, grazie all’evoluzione progressiva della tecnologia, è possibile usare anche un range di frequenza sugli 868MHz. Detto questo è importante stabilire, ad oggi, quale possa essere la frequenza più sicura ed affidabile tra la 433Mhz e la 868Mhz per poter classificare il livello di qualità dei sistemi senza fili presenti attualmente sul mercato, ma sempre in riferimento ad ogni specifica situazione in cui il cliente installa il sistema.

    In realtà il punto sostanziale non è decretare quale sia la frequenza migliore, bensì capire come avviene la comunicazione tra i componenti (centralina, sensori e sirene). Qui entra in gioco la tecnologia antifurto a doppia frequenza: quest’ultima permette ai dispositivi di inviare e di ricevere i segnali su due frequenze; pertanto la presenza di un doppio canale di comunicazione permette una connessione ed un dialogo più efficacie e sicuro fra i diversi dispositivi. È pur vero che un malintenzionato capace di inibire una frequenza riesca a farlo anche con due: per evitare questo inconveniente, i sistemi a doppia frequenza sono stati dotati di altre funzioni di controllo, ossia l’anti-jamming, che aiuta ad individuare l’eventuale accecamento radio. Un’altra peculiarità della tecnologia a doppia frequenza è data dall’antifurto a tripla frequenza, studiato per rendere maggiormente sicuro il sistema d’allarme e per garantire un livello maggiore di compatibilità tra i diversi dispositivi.

    L’obiettivo principe di un sistema d’allarme wireless è quello di inviare e di ricevere segnali via radio ben decifrabili entro distanze volte ad un utilizzo dia da parte di utenze private che di attività commerciali. Per quanto riguarda il funzionamento, risulta essere molto semplice e intuitivo: il sensore trasmette l’allarme alla centrale, il cuore del sistema, che a sua volta lo decifra e lo trasmette ai dispositivi di comando per la segnalazione dell’allarme. Questi ultimi i dispositivi, per esempio il telecomando, allo stesso modo trasmettono alla centrale i segnali di attivazione (armamento) e disattivazione (disarmamento).

    Gli antifurti wireless utilizzano tecnologie a bassa potenza (Short Range Devices), molto indicata per gli ambienti interni in quanto permettono di oltrepassare gli ostacoli fisici e di trasmettere segnali codificati ad alte velocità. I dispositivi SRD hanno inoltre consumi energetici ridotti ed utilizzano potenze limitate entro i 100mW (non generano inquinamento elettromagnetico). Per quanto riguarda la normativa europea, quest’ultima prevede che per i sistemi senza fili possono essere usate bande di frequenza tra 25MHz e 1.000MHz. Le frequenze dipendono da dispositivi denominati oscillatori di trasmissione: di questi ne esistono due tipi, l’oscillatore al quarzo e l’oscillatore ceramico. Il primo può creare frequenze tra 26,995MHz e 40,700MHz; il secondo tra 433,050MHz e 434,790MHz. Dunque la tipologia di oscillatore determina una divisione in due gruppi dei sistemi wireless e definisce la divisione in due fasce entro la banda disponibile per trasmettere.

    Attraverso i sistemi dotati di oscillatori controllati al quarzo, completamente immuni ai disturbi radio, si può ottenere un raggio d’azione molto stabile anche al variare della temperatura; garantiscono inoltre una superiore selettività dei segnali trasmessi ed un raggio anche 10 volte superiore ai sistemi basati sull’oscillatore ceramico (433MHz). Di contro, con sistemi basati sugli oscillatori ceramici, è più alto il rischio che avvengano interferenze ambientali, in quanto la banda che utilizza è spesso usata anche da radiocomandi per cancelli, per chiusure centralizzate auto, per giocattoli per bambini; il disturbo può arrivare anche dai cellulari, dai ponti radio e dai ripetitori, ossia da tutti quei dispositivi che, trasmettendo a potenze superiori, sono capaci di “accecare” i sistemi riceventi con potenza inferiore (433MHz). Inoltre questi dispositivi non permettono la compensazione termica della radiofrequenza, con la conseguente eventuale variazione del raggio d’azione al mutare della temperatura.

    Quando si parla di frequenze di lavoro dei sistemi di trasmissione, si intende la larghezza di banda, ossia un intervallo di frequenze entro il quale opera il sistema. Dunque la banda può essere suddivisa in canali: tanto più è piccolo il canale, “banda stretta”, tanto più il sistema richiede precisione nella trasmissione. Di conseguenza saranno minori i disturbi che esso riceverà da altre trasmissioni non centrate sulla propria “banda passante”.